Ultimo giorno: ciò che resta nel corpo (e nel cuore)
Quattro giorni dopo, la mia camminata ha una memoria tutta sua: non è più solo nelle gambe, è nel ritmo del respiro, nella testa più leggera, nei nomi dei luoghi che ora hanno un volto. L’ultimo giorno non è la fine: è quando capisci perché sei partito.
Siamo arrivati a Raiano con la luce che inclinava già verso sera e un’energia curiosa addosso, quel misto di stanchezza buona e di euforia che solo i cammini regalano.
Siamo scesi alle Gole di San Venanzio, dove l’Aterno si fa canyon e la roccia stringe come un abbraccio forte.
Lì l’Eremo di San Venanzio resta sospeso – letteralmente – su una loggia affacciata sul fiume; dentro, la piccola chiesa a pianta rettangolare, il corridoio, le celle antiche, e i segni della devozione: l’“impronta” venerata sulla roccia e la Scala Santa di quindici gradini. Storie che sembrano leggende, luoghi che ti chiedono di rallentare e ascoltare.
Rientriamo con quell’odore di pietra e acqua negli abiti. È la sera dell’ultimo bivacco: battute leggere, zaini sistemati per bene, chi controlla i bastoncini, chi massaggia i polpacci.
Qualcuno racconta il primo giorno alla Basilica di Collemaggio, qualcun altro la Torre di Beffi “vista tra una nuvola e l’altra”; c’è chi confessa che non credeva di dormire così bene la seconda notte.
Io mi addormento pensando a una parola che mi si è piantata addosso da stamattina: sgombero.
Il cammino sgombera, fa spazio nella mente.
L’ultimo giorno comincia presto, con la luce chiara che si allarga sulle cose. Il passo si fa regolare, come se le gambe avessero trovato il loro metronomo.
Prima di puntare alla rupe, c’è la sosta a Corfinio, la città che per un attimo – nella storia – si fece “caput mundi”.
Qui c’è la Basilica di San Pelino, una delle meraviglie romaniche d’Abruzzo: tre navate, pilastri alti, arcate che raccontano secoli e restauri; all’interno si vede ancora la “doppia voce” degli archi – a tutto sesto e a sesto acuto – frutto di rifacimenti successivi, con le lapidi (1230) dei magistri Giustino e Riccardo a restituirne il cantiere e il tempo.
Il campanile conserva la Madonna col Bambino murata sul lato posteriore, in dialogo antico con San Clemente a Casauria e con la cripta di San Panfilo; nel transetto e nell’abside, l’ordine benedettino si legge come un manuale aperto.
E poi c’è l’ambone duecentesco, opera di Idolerico sotto il vescovo Oderisio da Raiano: una cassa che vibra di intagli, rosoni, motivi vegetali, giochi di luce e ombra. È una bellezza che non alza la voce: ti rimette in ordine dentro.
Ripartiamo in silenzio operoso. Qualcuno sgranocchia una mela, io mi accorgo che la postura è cambiata: le spalle sono più basse, il respiro più ampio. Quattro giorni fa contavo i chilometri, ora misuro quanto bene sto.

La salita a Sant’Onofrio
L’attacco del sentiero è netto: ghiaia che scricchiola, timo che si sbriciola tra le dita e resta sulle narici, la rupe che cresce a ogni passo. L’Eremo di Sant’Onofrio al Morrone compare come un balcone scavato nella roccia, caro a Pietro del Morrone (il futuro Celestino V). Qui visse, pregò, fu raggiunto dai cardinali che gli annunciarono l’elezione; qui tornò, più tardi, a restituire al silenzio il proprio nome. La salita è breve ma intensa, il sentiero comodo e deciso; in alto, la vista spalanca Sulmona, e per un attimo ti sembra di sentire il vento di un’altra epoca – quello del “Magnifico Corteo” che accompagna l’eremita verso la storia, la luce della Lucerna che ogni agosto accende il Fuoco del Morrone.
Ti siedi sulla pietra calda e capisci perché la parola giusta è sgombero: restano l’aria, la luce, un battito regolare.
Mi concedo una risata con Marta (la volontaria che oggi è la nostra “guida” gentile): “Il silenzio qui sopra fa rumore, l’hai notato?”. “Fa rumore nelle cose che cadevano e non ci servivano”, mi risponde. La montagna è sobria; la sobrietas è contagiosa.
Scendiamo con cautela, il sentiero cambia consistenza e le gambe si sciolgono. Ai piedi del Morrone si apre la Badia Morronese – Abbazia di Santo Spirito al Morrone – con le sue geometrie chiare e il ritmo dei chiostri.
La Badia è casa madre dei Celestini: dal 1294 al 1810 fu il monastero capo dell’Ordine, attraversò restauri e trasformazioni (fu anche carcere), e oggi ospita il Parco Nazionale della Maiella e la Soprintendenza BAAAS Abruzzo.
Nella cripta ci sono affreschi e la tomba di Rostaino Cantelmo: cose antiche che raccontano senza fare rumore. Nel chiostro, dopo la salita alla rupe, il corpo si distende: c’è ombra, si cammina lenti.
Mi accorgo che il corpo ha imparato tre cose semplici:
1) il respiro 4–6 (inspirare quattro, espirare sei) che abbassa la “nebbia” mentale;
2) il passo economico, quel modo di appoggiare il piede che risparmia energia;
3) l’attenzione morbida, che non stringe e non lascia andare. Quattro giorni fa erano tecniche; oggi sono abitudini.
Seduti sul muretto, condividiamo i “trofei” invisibili del cammino.
Qualcuno parla del sonno: “Non dormivo così da mesi”; un’altra racconta che sente le spalle finalmente giù; un terzo dice che in salita ha imparato a non forzare: lascia che il tempo faccia il suo..
Io tiro fuori dalla tasca un sassolino bianco raccolto ieri: ha una faccia liscia e una ruvida. È diventato un piccolo totem personale: lo tocco e mi ricorda che il silenzio non è assenza, è una scelta attiva.
Sorrido perché mi rendo conto che questa è la ricchezza dei quattro giorni: benefici semplici, solidi, trasferibili nella vita di città.
- Fisico. Resistenza che non brucia ma costruisce, caviglie più stabili, un sonno che torna profondo.
- Mentale. Chiarezza (meno “rumori di fondo”), un’umidità emotiva che si asciuga da sola, la sensazione di avere strumenti semplici quando la testa corre troppo.
- Relazione. Piccoli riti condivisi, gesti di cura reciproca (una toppa sul bollone, mezza arancia tagliata, una pacca al momento giusto).
- Memoria. Luoghi che diventano parole-chiave: Gole (energia che scava), Corfinio (ordine che educa lo sguardo), Sant’Onofrio (silenzio che concentra), Badia (ampiezza che accoglie).
Ci aspetta il pulmino per il rientro a L’Aquila.
Salgo e mi sorprende la leggerezza: quattro giorni fa sarei crollato sul sedile, oggi mi siedo e non guardo fuori.

Lascio lavorare la memoria mentre la fretta — quella che di solito si piazza tra le ginocchia e morde ai semafori — oggi resta educata: bussa, ma la testa le risponde “aspetta, ho un altro ritmo”.
Affiorano dettagli da dentro.
La fontana trecentesca di Fontecchio: il fragore pieno che riempie la piazza, il gusto gelido che risale al naso e sveglia la testa.
Il convento di San Francesco, i freschi giotteschi con i colori quieti che insegnano allo sguardo a rallentare.
Le catacombe di Castelvecchio Subequo, con quel silenzio spesso che costringe a misurare i passi e le parole.
E poi il nostro salotto improvvisato al pilone dell’acqua: noi in fila coi piedi a penzoloni nell’acqua gelida, a raccontarci la giornata con una confidenza nuova — come vecchie comari al lavatoio, prese da quelle cose semplici che sospendono il flusso del tempo.
Tornano le Gole di San Venanzio, l’eremo affacciato sulla roccia che chiede poche parole e un respiro più lungo;
la salita a Sant’Onofrio, il profumo del timo sulle dita, la concentrazione buona; infine la Badia Morronese, geometrie chiare e ombra fresca che allargano lo sguardo.
Ripasso gli antidoti da città che questi giorni mi hanno insegnato:
- Respiro 4–6 quando i pensieri si accavallano.
- Dieci minuti di cammino urbano ogni giorno, senza cuffie, per rimettere in moto il corpo.
- Una pausa intenzionale all’alba o all’imbrunire: tre minuti alla finestra per rimettere in bolla mente e spalle.
Sorrido: strumenti poveri, quindi potentissimi. La montagna si allontana solo sulla mappa; dentro resta. E con lei la voglia semplice — e netta — di tornare a camminare.
Quattro giorni non sono un’impresa epica.
Sono sufficienti: abbastanza lunghi da cambiare abitudini, abbastanza brevi da essere possibili con un po’ di organizzazione.
Cammini con guide abilitate, in piccoli gruppi, con supporto logistico (il pulmino che alleggerisce, i bagagli trasportati): questo ti permette di concentrarti sull’essenziale, che non è “fare” chilometri ma stare nei chilometri.
Sperimenterai la sobrietà dell’eremo e l’ampiezza del chiostro, la forza dell’acqua che scava e l’ordine dell’architettura che educa lo sguardo.
Tornerai con una collezione privata di dettagli: un odore (timo), un suono (ghiaia), una luce (di taglio), una parola (la tua).
E soprattutto tornerai con una competenza nuova: sapere rientrare in te anche quando tutto corre.
Se ti va di scoprire Gole di San Venanzio, Corfinio, Sant’Onofrio e la Badia Morronese con il passo giusto, abbiamo pensato il Cammino proprio per questo: quattro giorni da L’Aquila a Sulmona, natura e storia, spiritualità e cura concreta.
Piccoli gruppi, guida, trasporto bagagli: logistica zero pensieri. Lascia che il silenzio faccia il suo lavoro: il resto lo faranno i tuoi passi.
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