Un giorno sul Cammino del Perdono: da Fontecchio a Castelvecchio Subequo
Tra borghi di pietra, natura e condivisione: la giornata tipo di un pellegrino
L’aria fresca mi pizzica il viso mentre saliamo al borgo di Fontecchio. Avrei voluto ascoltare ogni aneddoto della guida, ma ero stravolta; ricordo solo il fiato corto, la pietra calda sotto le dita e il buio profumato di legna umida.
Davanti alla fontana trecentesca resto senza parole: non ha bisogno di spiegazioni, ti guarda e ti zittisce.
Il campanile funzionante suona preciso: “Qui il tempo non passa—suona,” scherza la guida. Sorrido e capisco che ama questo cammino.
La mattina ci ritroviamo alla fontana: il borgo, dopo il sonno, è ancora più bello nella luce chiara. Andiamo insieme al bar per un caffè caldo, poi torno all’acqua: il gorgoglio forte riempie la piazza, è gelida ma buonissima. Riempiamo le borracce, pronti a muovere il primo passo.
All’alba, il mormorio dell’Aterno ci accompagna come un tamburo lento. Odore di terra bagnata, pane che cuoce, una rondine disegna il primo cerchio. Le spalle sono tese, i polpacci indolenziti, ma ho voglia di ripartire. La guida, allegra e preparata, ci raduna: “In pianura parliamo, in salita risparmiamo fiato.” Io ribatto: “Promesso—ma a pranzo
Usciamo dalla piazza di Fontecchio e imbocchiamo la discesa verso la valle: le gambe ringraziano, le risate si accendono, l’Aterno scorre indifferente alla nostra allegria e profuma di terra bagnata. La guida, in modalità goliardica, fa il suo check di bordo:
“Dormito?” — “Come sassi.”
“Dolori preoccupanti?” — “Solo l’orgoglio.”
“Scarponi e racchette ok?
Colazione fatta?
Acqua a sufficienza?”
Mentre scherza, in realtà ci sta leggendo uno a uno: passo, fiato, sguardo.
Ci innestiamo sull’ippovia per Santa Maria del Ponte – Tione. La guida intreccia storia e paesaggio: qui la pietra racconta, i campi respirano, il tempo ha ancora il ritmo dell’uomo. Un cenno alla collegiata e al Trittico di Beffi che un tempo vegliava questi luoghi; poi rientriamo sul percorso principale e puntiamo a Beffi, dove il ponte romano sull’Aterno ricorda viaggi antichi, passi passati e passi nostri.
Il sole si alza, i muscoli si scaldano, le chiacchiere vanno a ondate. È l’inizio giusto: ordinato, curato, senza fretta—ma con quella voglia bambina di vedere cosa c’è dietro la prossima curva.
La mattina disegna un arco che tocca Beffi, Roccapreturo, Acciano. I sentieri curvano morbidi tra boschi e prati; nel fondovalle l’Aterno accompagna il nostro passo come una nota bassa e continua. La guida calibra le pause: acqua, respiro, spalle libere.
La tappa è media, circa 22 km: ideale per chi cammina con una certa regolarità, abbastanza lunga da sciogliere i pensieri, abbastanza dolce da ascoltarsi.
A metà strada ci fermiamo alla Madonna della Sanità: una sosta breve, ciascuno nel proprio silenzio. C’è chi scrive due righe, chi chiude gli occhi, chi semplicemente respira.
Ripartiamo più leggeri, con il passo allineato e lo sguardo che si fa attento ai dettagli: una pietra levigata, una raganella, una luce che cambia.
Tra il verde ci aspetta una tavola vera: vetro e porcellana, teglie fumanti che profumano di erbe e pane appena spezzato. Arrivano formaggi e salumi tipici del posto, verdure semplici e saporite, una crostata che sa di casa. Qualcuno versa il vino rosso locale: un brindisi alla nostra piccola avventura insieme—alla strada fatta e a quella che ci aspetta.
Si ride, si racconta, i cammini passati si mischiano ai sogni. Sento la luce addosso e penso che ripartirò felicemente brilla (di gioia, s’intende). È un picnic che diventa festa, e come tutte le cose semplici resta: nel naso, nelle mani unte di buono, nelle foto storte, nel cuore. Tutto molto buonissimo (detto proprio così), perché curato senza fronzoli, con misura e presenza.
La luce del tardo pomeriggio abbraccia i tetti e io mi sento morbida e svuotata: quella stanchezza buona che toglie rumore. Penso solo a una doccia e a qualcosa di caldo da mangiare. “Ancora cinque minuti,” ci dicono, e svoltiamo verso il Convento di San Francesco.
Dentro è sobrio, quasi timido. Sento l’odore fresco della pietra e un silenzio che fa bene.
Il parroco ci accoglie con un sorriso gentile: parla piano, come se conoscesse la fatica nelle nostre gambe.
Non afferra tutti i nomi—io di sicuro no—ma capisco che ama questo posto. Ci porta nella cappella laterale: affreschi antichi che il sole taglia di lato. I colori non sono accesi, sono vivi: ocra, rossi quieti, azzurri che tengono.
Non mi ricordo tutte le scene—forse San Francesco che lascia i vestiti?—ma ricordo la sensazione: i volti si muovono appena, come se parlassero a bassa voce.
Mi sorprendo a pensare che qui le storie non spiegano: curano.
Il parroco indica un dettaglio; io intanto ascolto il mio respiro che s’allunga. Un brontolio: ho fame. Sorrido: anche questa è verità del cammino.
Usciamo che è quasi oro. La giornata si ricompone: mi sento leggera, grata, pronta a fermarmi e poi a ripartire.

Vorrei condividere con voi la mia routine della sera, prima di dormire.
Immergo i piedi nell’acqua calda: li sento rilassarsi, come se anche loro si stendessero dopo il cammino.
Il sapone profumato riempie la stanza; i miei piedi sorridono e io li ringrazio a bassa voce. Li asciugo con cura, dito per dito, poi massaggio con la crema: prometto ai miei piedi di riportarli a casa integri.
Sorrido—non mi capita spesso di parlare con i miei piedi: effetti collaterali del Cammino del Perdono.
Faccio un po’ di stretching a piedi nudi nella stanza silenziosa; respiro lento per favorire il sonno, allungo schiena, spalle, collo, gambe. Poi apro il diario e fisso la giornata in due o tre righe: ciò che ho sentito, ciò che ho visto, ciò che mi ha nutrito fuori e dentro.
Di questa giornata ho scritto:
- L’acqua gelata della fontana di Fontecchio correva veloce: il suo gorgoglio era forte da inondare tutta la piazza.
- Al vecchio fontanile di Castelvecchio abbiamo immerso i piedi: meraviglia—un attimo da bambini, le chiacchiere tra camminatori con i piedi penzoloni nell’acqua gelida di un vecchio lavatoio.
- Sapori semplici e buoni, la tavolata a Beffi; benessere fisico e psicologico che dilata il petto; gratitudine per questa giornata.

È ora di spegnere la luce ho una sensazione semplice: pienezza.
Domani si riparte, ma qualcosa è già cambiato. In tasca, pietre, nomi, risate, gioia e benessere. Nel cuore, un passo in più verso ciò che conta.






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